Le rivolte di massa iniziate ormai più di un anno fa tra Tunisia ed Egitto hanno segnato irrevocabilmente i rapporti di forza all’interno di quei paesi, ma altrettanto verso l’esterno: nordafrica e paesi arabi sono una delle aree di delocalizzazione produttiva e di estrazione di materie prime irrinunciabili per la produzione capitalistica. La guerra in Libia( a 100 anni dalla prima invasione coloniale ad opera del Governo Giolitti) ha senza dubbio rappresentato un tentativo degli stati rappresentanti il capitalismo egemonico di porre un limite alle rivendicazioni delle piazze ed evitare una possibile saldatura geografica oltre che ideale delle rivolte. Negli ultimi mesi l’attenzione a livello internazionale si è spostata sulla Siria, e l’Iran è tornato a destare l’indignazione di cronisti, capi di stato e politicanti; fanno capolino le retoriche umanitarie e le immagini di crimini spesse volte costruiti. Quali sono le nostre possibilità di intervento? e le nostre necessità?
La guerra è uno dei momenti di maggior rilancio dell’espansione capitalistica, porle una limite concreto è quindi anche porre un limite al crescere dello sfruttamento.
Riportiamo qui alcuni appunti trascritti durante un’assemblea pubblica “Per discutere delle nuove guerre in preparazione e su come opporci ad esse” organizzata dal -Comitato permanente contro il razzismo e le guerre- di Marghera che si tenne il 4 Aprile 2012.
Oltre agli appunti sono riportate le registrazioni di alcuni interventi (praticamente tutti i primi 4 interventi) che pure sono riassunti negli appunti, ma per chi avesse tempo di ascoltarli sono sicuramente più completi.







