Anche i terremoti sono una questione di Classe

inseriamo uno sfogo che, come altri compagni, non siamo riusciti a contenere.
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Non è mai stato né sarai mai nelle nostre corde l’approfondimento mediatico o l’esaltazione demagogica delle

tragedie individuali. Lasciamo questo ad altri. In questo finesettimana sono però successi due eventi che, soprattutto
se collegati, ci hanno portato a condividere qualche riflessione.

Sabato è scoppiato l’ormai celebre ordigno di fronte alla scuola “Morvillo Falcone” a Brindisi. Si è subito gridato all’attentato mafioso. Vero o no che sia, la memoria( diretta o indiretta) non può non andare agli anni ’70, alla strategia del terrore, prima definito opera di antagonisti e poi smascherato di Stato. Non abbiamo la sfera di cristallo né ci interessa particolarmente tirare a sorte anticipando verdetti inutili, tuttavia quello che possiamo fare e leggere le reazioni che ciò comporta. Un episodio tragico come quello di Brindisi ( ammesso e non concesso che sia destinato a rimanere tale e non invece diventare il primo di una serie) presta il fianco ad una serie di rivendicazioni che dobbiamo capire e contrastare: si collega agli ormai quotidiani annunci sul pericolo terrorismo, esigenza di ordine pubblico, con conseguente legittimità rafforzata alla repressione e alla caccia alle streghe. Il tutto teso a colpire sul nascere ogni forma di resistenza che questo clima di tensione sociale partorirà (e speriamo saranno tante). Ciò ovviamente ai danni di tante compagne e compagni.

E arriviamo così al secondo episodio: quello del terremoto nella Pianura Padana. Bilancio: sei morti. Una anziana per malore, una tedesca per paura, e quattro operai sul lavoro. Nonostante i numeri i telegiornali hanno dedicato infinitamente più spazio alla (povera) ragazza uccisa a Brindisi che ai quattro lavoratori morti al lvaoro.

Per questo abbiamo titolato questo lucido sfogo “anche i terremoti sono una questione di classe”, perché anche questi eventi naturali non colpiscono tuti allo stesso modo. Perché? Perché non doveva accadere che quei compagni (a prescindere dalle loro idee politiche) lavorassero di notte in una fabbrica, magari con i riflessi meno pronti, perché non è possibile che in nome di sacrifici necessari si ridiscutano tutele conquistate con il sangue. Così come non è possibile che si moltiplichino i lavoratori che si piazzano davanti ai comuni per protestare cercando di ritrovare la loro dignità perduta assieme al posto di lavoro. Non dobbiamo smettere di spendere tutte le energie che abbiamo per parlare con loro, per collettivizzare e così seminare con nuova linfa l’idea che la loro dignità è stata colpita proprio dallo sfruttamento che quel lavoro salariato che cercano comporta, e che semplicemente (ma con paradosso diabolico) si manifesta nella maniera più evidente proprio quando quel lavoro non c’è più.

Questo perché non possiamo accettare che passi inosservato che anche un terremoto sia appunto una questione di classe.

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