Radiografia del DL 1/2012, “Liberalizzazioni”

“Esempi indiscutibili della diretta connessione tra apertura dei mercati e sviluppo economico sono rappresentati dalla deregulation iniziata negli anni Settanta del Novecento negli Stati Uniti. che poi si è estesa nel resto del mondo. (…) La caduta dei vecchi monopoli ha determinato l’espansione dei mercati, che a sua volta ha prodotto effetti benefici(…) con nascita di nuove attività e di nuovi posti di lavoro. (…) I vantaggi di queste liberalizzazioni sono evidenti”

Questo mirabile passo di analisi macro – economica è tratto dalla premessa alla Relazione Governativa al decreto legge 1/2012, conosciuto come “decreto liberalizzazioni”, in fase di conversione in legge alla Camera, iter che spetta a tutti i decreti legge, che infatti conversano la loro efficacia per 60 giorni, al termine dei quali perdono efficacia se – appunto – non vengono convertiti in legge dal Parlamento. Poiché non sembra verosimile ventilare “ribaltoni” e quindi appare probabile l’approvazione della legge di conversione, appare utile un’analisi sul decreto in questione, e ciò principalmente per due motivi: primo perché, nella sua “concisione” , ci consente di osservare trasversalmente le modifiche alle singole categorie produttive, e può essere perciò strumento importante per capire in anticipo le tendenze che caratterizzeranno la prossima riforma del “mercato del lavoro”. Secondo, perché solo rivolgendo la nostra attenzione oltre l’apparente frammentazione dello scenario su cui esso va a colpire, è possibile contrapporci con cognizione di causa a logiche populiste (che queste differenze nell’unità ignorano) e corporativistiche ( che invece le esaltano).

Per questo abbiamo ritenuto utile, pur con tutti i limiti che ci appartengono, tentare di leggere e capire gli aspetti più rilevanti di quest’ultimo capitolo della saga Monti.

Il Titolo I , eloquentemente intitolato “Concorrenza” , costituisce in apparenza un’inedita mazzata per tutto l’italico sottobosco di consuetudini e clientelarismi corporativi, restituendo al mercato i suoi “spazi”. In questo senso le modifiche sono molte: si favorisce l’accesso per i giovani al mondo dell’impresa ( nel senso che si favorisce la possibilità di costituirne una), si obbligano gli enti locali a favorire la concorrenza all’interno dei settori di loro competenza, e ciò anche tramite una più severa osservanza del patto di stabilità ( se si taglia e si impone di pareggiare i conti, il fenomeno di privatizzazione deriva come naturale conseguenza) , e così via. Inoltre sono previsti pesanti modifiche nei confronti delle professioni c.d.”regolamentate”: per gli avvocati si prevede l’abolizione delle tariffe minime e l’obbligo del preventivo, per i notai l’aumento dell’organico e “maggiore flessibilità in entrata”, per i farmacisti incentivi all’ apertura di nuove farmacie. Per i primi e per questi ultimi sono in più previsti meccanismi di più incisivo collegamento con il mondo universitario : per la professione forense in particolare – il cui esercizio è attualmente subordinato al superamento di un esame di stato da sostenere dopo due anni di tirocinio post laurea – è ora previsto che i primi sei mesi del “praticantato” possano essere fatti già durante l’università. Inoltre misure volte all’implementazione della concorrenza riguardano i trasporti , cioè ferrovie ( partirà sicuramente a breve la linea Italo, di Montezemolo e Della Valle), autostrade ( sostituendo all’attuale monopolio della famiglia Benetton, altrettanti più piccoli monopoli a seconda dei tratti assegnati) e taxi ( consentendo l’aumento degli orari di lavoro e del numero di licenze), fino alle edicole e ai benzinai. Inoltre osserviamo con particolare attenzione il potenziamento della presenza privata del settore energetico, incentivando la costruzione di impianti di estrazione di idrocarburi, magari in altri parchi naturali per “bissare” lo stupro a cui viene ora sottoposta la Basilicata, che viene addirittura presa come esempio di come i benefici per la popolazione in termini di investimenti infrastrutturali e occupazionali siano mirabili. Insomma non si dimentica nessuno.

Dal nostro punto di vista, questa politica di liberalizzazioni non fa niente di più di quanto da essa stessa annunciato: permettere al mercato “di riprendersi gli spazi per troppo tempo limitati a causa della sedimentazione di questi benefici, non più motivati”. Non è affatto una novità infatti che i clientelarismi che caratterizzano la nostra economia siano, per il capitale, un ostacolo non secondario (anzi forse dalla attenuazione della grande stagione delle lotte operaie, il primo ostacolo). Quindi non stupisce affatto che questi siano i principali bersagli del nuovo governo. Chiaramente ciò non certo per una maggiore tutela dei lavoratori in essi impiegati, che, anzi, non potranno che veder peggiorare le loro condizioni, e ciò sia perché l’apertura di questi settori in periodo di recessione difficilmente porterà ad un aumento dei posti di lavoro e sicuramente inasprirà la competizione fra lavoratori per i pochi posti che ci sono, sia perché – e di conseguenza – questo meccanismo perverso porterà ad una concorrenza al ribasso fra salariati per garantirsi mezzi di sussistenza e quindi loro indebolimento e frammentazione e quindi gioco facile dall’altra parte. E che tutto ciò sia vero, che cioè la lotta a questi clientelarismi sia lotta del capitale contro quelli che in questo momento sono suoi ostacoli (il capitale fa presto a dimenticare che per anni sono stati fra i suoi più fedeli alleati) e non certo lotta a tutela dei lavoratori, lo vediamo già dalle prime disposizioni in tal senso: per es. la concessione che viene fatta alle società che gestiscono e gestiranno il settore ferroviario di non applicare i contratti collettivi nazionali del settore.

Rimane quindi ferma la nostra convinzione che queste “aperture al mercato” risulteranno dannosissime per il destino dei lavoratori e delle lavoratrice coinvolti. Di certo non stiamo difendendo lo status quo dei clientelarismi e dei monopoli di fatto, solo ci preme evidenziare la nostra più totale e feroce opposizione a qualunque tentativo di risolvere ciò sostituendo ad uno sfruttamento “medievale” uno sfruttamento “moderno”, e questo per incitare tutti a non cadere in questo facile tranello. Ma proseguiamo nell’analisi del decreto.

Il Titolo II, “Infrastrutture”, per “incentivare l’apertura di cantieri e la creazione di nuovi posti di lavoro”, prevede numerosi incentivi per rafforzare la partnership privato – pubblico. Fra questi si ricorda: introduzione dei “project bond”( obbligazioni emesse dalla società che progetta l’opera) anche durante l’esecuzione di quest’ultima; potenziare la possibilità che privati patrocinino come promotori la realizzazione di nuove grandi opere; stretta collaborazione tra pubblico e privato per realizzare nuove carceri ( attendiamo la nuova pubblicità della “Mulino Bianco” con i detenuti che mangiano i biscotti grazie a cui una triste giornata in carcere s’illumina per magia); semplificazione della burocrazia per la costruzione e gestione, da parte dei privati, di opere pubbliche. E tutto ciò è incentivato da forti deduzioni fiscali e contributi statali. Inoltre sono previste importanti modifiche anche nei settori di pesca ed agricoltura. Circa quest’ultima sembra che l’indirizzo di base sia quello di consentire un forte incentivo all’accesso al credito ( finora “relativamente” poco usato) per le imprese agricole, consentendo alle stesse – quasi come corrispettivo – un aumento relativo delle terre da coltivare (è fatto infatti divieto di continuare a installare pannelli fotovoltaici “a terra” se il terreno in questione è coltivabile; inoltre è prevista una pesante dismissione dei terreni demaniali agricoli).

Quello che abbiamo notato leggendo questo secondo titolo è sostanzialmente quanto riportato come commento al Titolo I. Stiamo assistendo – dal nostro punto di vista – ad una lotta in corso fra spinta del capitale per aggredire nuovi spazi e resistenze di varia natura (arretratezza, tradizionale carattere pubblico di certi settori, clientelarismi e baronie di cui parlavamo sopra). E crediamo che davvero questo sia il compito che il Governo Monti si è dato per il resto della legislatura. D’altronde non ci sembra di dire niente di nuovo né particolarmente originale. Ciò infatti è stato fin da subito segnalato da molti, ma è davvero impressionante vedere articolo dopo articolo come l’opera che si sta svolgendo in questo breve periodo sia proprio eliminare ogni ostacolo o peso all’azione del mercato, da quelli più evidenti agli apparentemente meno significativi. E a parer nostro questo è davvero l’unica chiave di lettura possibile; senza neanche cercarla, ci viene sbandierata fin dalle prime righe.

In più aggiungiamo solo che si nota subito quanto dure saranno le conseguenze di ciò per i lavoratori, che si troveranno davvero in balia di un rinvigorito (come non mai) mercato, che non deve rispondere a nessuno se non a sé stesso, e che non esiterà a lasciare a casa ( finché se ne ha una) chi crede in quanto non rientrante nei suoi progetti, e ricevendo magari anche fragorosi applausi per questo, visto che è di moda ormai lodare gli “austerity – men”.

Arrivando velocemente alla conclusione, il Titolo III, “Europa”, prevede una serie di disposizioni volte ad adempiere ad obblighi comunitari risolvendo procedure di contestazione di infrazioni italiane, per evitare le sanzioni. In poche parole: multe da pagere (facciamo i compiti a casa..).

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