Il movimento dei lavoratori egiziani e la Rivoluzione del 25 gennaio

inseriamo un importante pubblicazione che ci hanno girato dei compagni (e ripresa anche daClash City Workers), in merito al ruolo dei lavoratori egiziani nella rivoluzione, ancora in corso, di Piazza Tahrir.
 

«E’ mezzanotte a Il Cairo», dice il reporter della BBC al radiogiornale delle dieci «e decine di migliaia sono ancora in piazza Tahrir. L’eco di un canto rimbomba incessantemente: ‘Via, via, via’. Ma questa volta non chiedono a Mubarak di andare via, ma al capo dell’esercito egiziano, generale Tantawi».

La rivoluzione egiziana è riesplosa nei notiziari di tutto il mondo, tra il 19 e il 20 novembre scorso, appena centinaia di migliaia di persone iniziarono la battaglia campale contro la polizia per riprendersi di nuovo piazza Tahrir. Altre decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di tutto il Paese, in segno di solidarietà con i rivoluzionari di Tahrir, che chiedevano la fine del governo militare. Questo articolo è stato completato in questa nuova fase del processo rivoluzionario, quando è ancora troppo presto per trarre conclusioni circa l’esito del nuovo round della lotta tra il popolo egiziano risorto e lo Stato. Si tratta, piuttosto, dell’esplorazione di uno dei processi fondamentali che ha riportato la rivoluzione a Tahrir: l’ascesa di un movimento organizzato della classe operaia. In contrasto con la prospettiva fornita dai media mainstream, che vede la rivoluzione egiziana come una serie di inspiegabili “scontri” ed esplosioni di violenza casuale, questo articolo illustra come lo sviluppo della lotta di classe negli ultimi dieci mesi, tra febbraio e novembre, abbia radicalmente cambiato il movimento operaio egiziano e come tale processo abbia cambiato la rivoluzione stessa. Anche se, come ho sostenuto altrove, l’aspetto sociale della rivoluzione è stato parte integrante del processo fin dall’inizio e l’intervento della classe operaia è stato decisivo per mettere finire a Mubarak, l’emergere di una organizzazione indipendente dei lavoratori su una così larga scala non si vedeva in Egitto da 60 anni e la sperimentazione di tale organizzazione nel coordinamento degli scioperi – che su una così larga scala non si vedeva fin dai primi anni ‘50, – ha il potenziale per alterare radicalmente la composizione del movimento di massa rivoluzionario.

Gli scioperi di massa del settembre 2011 hanno paralizzato il governo e il consiglio militare e hanno aperto la strada alla crisi di novembre. I sindacati indipendenti e i comitati di sciopero, che hanno guidato questi scioperi, sono parte di quello che oggi è probabilmente il più grande movimento sociale in Egitto (con l’eccezione dei Fratelli Musulmani), e certamente il più grande movimento organizzato con vere radici nelle lotte quotidiane dei poveri. Le organizzazioni dei lavoratori, che sono cresciute dal febbraio 2011 e che hanno le loro radici nel periodo pre-rivoluzionario dell’ondata di scioperi, hanno già dimostrato una capacità di articolare insieme una serie di richieste di giustizia sociale e di “pulizia” dell’apparato statale. La loro capacità di guidare le lotte sociali è stata dimostrata attraverso la diffusione dello stesso modello di organizzazione – i sindacati indipendenti – e della stessa forma di azione collettiva – lo sciopero – tra i poveri e nella classe media precaria.

Saranno i lavoratori organizzati ad assumere la guida del movimento rivoluzionario di massa? In questo articolo si sostiene che due condizioni affinché questo evento si realizzi esistono già: il movimento operaio ha iniziato ad acquisire consapevolezza circa le sue parti costitutive ed è in grado di utilizzare il suo potere sociale nella battaglia contro lo Stato, in quanto le richieste che ora vengono sollevate da questo movimento non possono essere più soddisfatte nel quadro del capitalismo neoliberale e nel contesto della crescente crisi economica a livello locale e globale. Più semplicemente, la lotta per la giustizia sociale resta al centro del processo rivoluzionario. Ciò che non sarà qui esplorato in ogni dettaglio, e dovrà essere trattato in un prossimo articolo, è la situazione delle lotte operaie in un contesto politico più ampio. Ciò è fondamentale ed ogni analisi avanzata qui è necessariamente incompleta, perché la coscienza dei lavoratori e l’organizzazione prendono forma non solo dal processo della lotta sociale (qui esplorato), ma anche dal loro rapporto con una vasta gamma di forze politiche, da quelle contro-rivoluzionarie, dove si annidano le fazioni dell’ex partito al governo, ai Fratelli Musulmani e ai salafiti, ai liberali, ai nasseriani e alla sinistra. La risposta alla domanda posta sopra dipenderà tanto dal rapporto che il movimento creerà con queste forze politiche quanto dagli esiti dell’ondata di scioperi.

Nonostante questa evidente carenza, sto ugualmente scrivendo questo articolo perché alcuni argomenti non possono più attendere di essere trattati. In tempi come questi nessuno di noi può aspettare che la rivoluzione maturi o si decomponga. A battaglia finita possiamo essere tutti soltanto degli storici. Per ora dobbiamo capire quali e quante armi abbiamo per la battaglia. E’ per questo motivo che la storia di come il movimento operaio egiziano si sia ricostruita dal basso deve essere raccontata. E’ per questo motivo che l’audacia ed il coraggio di quelle centinaia di migliaia di lavoratori egiziani che, nel bel mezzo dell’apocalittica crisi del capitalismo, hanno il coraggio di lottare per un mondo senza contratti occasionali, chiedendo perfino l’imposizione di un salario massimo, non è solo una cosa a cui ispirarsi, è una sfida che ci viene lanciata.


Le dinamiche dell’ondata degli scioperi

Gli aspetti sociali e democratici del processo rivoluzionario in Egitto sono stati intrecciati (per riprendere l’espressione di Rosa Luxemburg) sin dall’inizio. Tuttavia, la relativa emersione di questi due aspetti e l’equilibrio tra le proteste di piazza e l’azione collettiva dei lavoratori nel portare avanti la rivoluzione dal basso sono molto cambiati tra febbraio e ottobre. Il motore delle lotte dei lavoratori in questo periodo, e quindi una delle forze che modellano l’intero processo rivoluzionario, è stato l’intreccio tra la lotta per la giustizia sociale (espresso concretamente con gli scioperi e le proteste in cui si chiedendo salari più alti, migliori e più sicure condizioni di lavoro) e la battaglia per tathir, per “pulire” le istituzioni pubbliche dai membri del vecchio partito al governo. Questa interazione era già in sé un’espressione del carattere della rivoluzione, intesa come rivolta insieme contro il neoliberismo e l’autoritarismo, personificato da Mubarak ei suoi compari, ma nella fase post-rivolta della rivoluzione si sono aperte nuove possibilità per la rivoluzione di “crescere oltre”, per usare la frase di Trotsky, per passare cioè da una lotta – tutta interna al capitalismo – per avere più democrazia e riforme sociali, ad una rivoluzione contro il capitalismo.

E’ utile distinguere tre fasi nello sviluppo delle lotte dei lavoratori tra febbraio e ottobre. Tra febbraio e marzo la rivoluzione è entrata nel luoghi di lavoro su larga scala. Centinaia di migliaia, forse milioni, di lavoratori hanno scioperato e organizzato sit-in e manifestazioni contro i “piccoli Mubarak”. Da marzo in poi il numero degli scioperi e delle proteste dei lavoratori è sceso rispetto alla esplosione di febbraio, stabilizzandosi a circa 65.000 partecipanti al mese. Questo periodo, comunque, non può dirsi affatto sprecato, come analizzeremo in dettaglio più avanti. Al contrario, la crescita e il consolidamento delle organizzazioni dei lavoratori all’interno dei singoli posti di lavoro durante il periodo marzo-agosto ha posto le basi per gli scioperi di massa di settembre e ottobre. Nello stesso periodo vi sono stati anche importanti cambiamenti nella coscienza dei lavoratori, dal momento in cui l’obiettivo centrale della loro protesta si è spostata dal “piccolo Mubarak” sul posto di lavoro alle più alte istituzioni dello Stato. L’ondata di scioperi di settembre ha segnato un cambiamento sismico sia nell’organizzazione indipendente sia nella consapevolezza tra i lavoratori egiziani. Circa 500.000 lavoratori hanno partecipato a scioperi e proteste in un solo mese, una cifra sensibilmente superiore a quella degli scioperi realizzati nell’intero semestre precedente. Mentre il numero dei partecipanti era probabilmente inferiore a quella febbraio, il significato dello sciopero di settembre consisteva nel salto di qualità verso la creazione di scioperi nazionali e settoriali coordinati. Il più importante di questi è stato lo sciopero nazionale degli insegnanti, ma anche altri scioperi coordinati di grandi dimensioni hanno avuto luogo, incluso lo sciopero dei lavoratori dello zucchero e gli scioperi dei lavoratori postali. Questo rilevante cambiamento in termini di livello di coordinamento tra i luoghi di lavoro ha portato un altro importante cambiamento: questi sono stati scioperi di massa generalizzati che hanno saputo articolare rivendicazioni sociali comuni. Il che – di per sé – costituisce una formidabile sfida politica al Consiglio militare al potere. Inoltre, gli insegnanti in sciopero, tra 250.000 e 500.000 scioperanti, hanno chiesto esplicitamente le dimissioni del ministro dell’istruzione, nominato da Mubarak, e gli altri scioperanti, come i lavoratori dei trasporti pubblici del Cairo, hanno iniziato a sollevare simili rivendicazioni.

Durante queste tre fasi il rapporto tra gli aspetti sociali e quelli democratici della rivoluzione si è configurato in diversi modi. Gli scioperi di massa di febbraio, sia prima che dopo la caduta di Mubarak, hanno avuto un impatto sostanzialmente simile sul regime vigente: la vastità delle proteste e degli  scioperi non coordinati dei lavoratori ha avuto un potente effetto “disorganizzante”, rendendo impossibile l’isolamento delle proteste di massa in Piazza Tahrir dal resto della società. Dopo la caduta di Mubarak, il proseguimento e l’ampliamento di questa ondata di scioperi è ancora servito a “disorganizzare” il regime e a dissipare l’illusione di un rapido ritorno alla “normalità”, ponendo con forza le esigenze sociali della classe operaia e degli strati più ampi dei poveri nell’agenda politica. L’incapacità del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) di imporre normali relazioni sindacali nei luoghi di lavoro (o, più precisamente, l’impotenza dei generali di imporsi sui lavoratori, avendo questi ultimi  spostato il “confine” tra lavoratori e padroni a loro favore) assume rilevanza politica, in quanto ha coinciso con una pausa delle mobilitazioni di massa in strada ed ha preceduto il referendum costituzionale che ha rappresentato il primo serio tentativo da parte del regime riconfigurato di utilizzare il processo elettorale al fine di creare una nuova parvenza di legittimità.

Sebbene i livelli degli scioperi sono scesi dopo febbraio, per tutto il periodo marzo-agosto le proteste dei lavoratori hanno continuato a fungere da “serbatoio” per un più ampio e popolare movimento rivoluzionario. I lavoratori non erano ancora in grado di organizzare le loro manifestazioni, che fossero cioé in grado di raggiungere le dimensioni delle proteste di massa in strada. Eppure la sfida collettiva con gli scioperi contro le leggi che criminalizzano le proteste, il fermento continuo nei luoghi di lavoro e le centinaia di manifestazioni dei lavoratori durante questo periodo hanno avuto un ruolo vitale nel mantenere aperti gli spazi utili per una organizzazione dal basso. Neanche la ripresa delle proteste di massa in strada è stato un processo facile: i primi tentativi di riprendere Tahrir Square e di ristabilire un campo di protesta permanente a marzo e ad aprile sono stati brutalmente repressi dalla polizia militare e dalle forze di sicurezza. Neanche gli appelli, fino al 27 maggio, per le proteste del Venerdì, che erano apertamente critici con l’esercito, sono riusciti a mobilitare centinaia di migliaia di persone. Anche la più grande delle ondate di proteste di strada, le manifestazioni ed i sit-in dei primi di luglio, si è conclusa con la rimozione forzata dei dimostranti da Piazza Tahrir il 1° agosto. Da allora ci sono state delle eruzioni periodiche di protesta molte ampie, soprattutto all’inizio di settembre, ma lo SCAF ha mantenuto la capacità di reprimere le manifestazioni, come dimostra il massacro dei manifestanti che chiedevano di porre fine all’oppressione della minoranza cristiana copta, il 9 ottobre scorso.


Gli scioperi di massa del settembre 2011

Verso la fine di agosto il carattere degli scioperi ha conosciuto un salto qualitativo. Diverse caratteristiche degli scioperi di settembre indicano questo spostamento. Il primo punto è legato alla scala delle proteste dei lavoratori nel mese di settembre rispetto ai mesi precedenti. Le stime approssimative compilate ed estrapolate da notizie di stampa ci suggeriscono che il numero dei lavoratori coinvolti in un’azione collettiva (scioperi, proteste, sit-in) nel mese di settembre è stato superiore al numero di coloro che avevano partecipato in simili azioni durante tutto il semestre precedente.

Tabella 1: Numero estimato di lavoratori coinvolti in azioni collettive
Fonte: Rapporti di Awlad al-Ard ONG e articoli di stampa

Marzo 82.000
Aprile 65.000
Maggio 57.000
Giugno 57.000
Luglio 33.000
Agosto 65.000
Settembre 500.000-750.000

Rispetto all’ondata pre-rivoluzionaria di scioperi, il mese di settembre 2011 segna anche un’altra svolta importante: il numero di lavoratori che hanno partecipato alle azioni collettive nel mese di settembre ha eguagliato il numero dei lavoratori che hanno partecipato ad azioni collettive durante tutto il 2008. Il coordinamento degli scioperi e delle proteste è nettamente aumentato a settembre rispetto ai mesi precedenti, ma anche rispetto alla fase pre-rivoluzionaria di scioperi. Il numero complessivo degli scioperi è stato minore ma il numero maggiore di partecipanti ha contribuito al consolidamento degli scioperi.

Tabella 2: La quantità di azioni collettive
Fonte: Awlad al-Ard ONG

Marzo 123
Aprile 90
Maggio 107
Giugno 96
Luglio 76
Agosto 89
Settembre 56

L’ondata di scioperi nel mese di settembre è stata dominata dallo sciopero nazionale degli insegnanti, in quanto si è trattato del più grande sciopero coordinato in Egitto sin dal 1940. Stimare il numero degli insegnanti in sciopero è estremamente difficile. Il Ministero dell’Istruzione ha affermato che solo 1.400 scuole, ovvero il 4,3% del totale, sono state colpite dallo sciopero, ma i rapporti nei media indipendenti hanno parlato di un impatto molto più ampio, con forse la metà delle scuole egiziane chiuse. Tuttavia, al di là dello sciopero degli insegnanti, il mese di settembre segna  in generale un significativo avanzamento verso i grandi scioperi coordinati. Sette scioperi e proteste dei lavoratori, che hanno coinvolto più di 10.000 lavoratori, sono stati indetti a partire da marzo, cinque di questi hanno avuto luogo nel mese di settembre.

Inoltre, le organizzazioni coinvolte nel coordinamento degli scioperi di settembre sono state essenzialmente i sindacati indipendenti. A livello nazionale, lo sciopero degli insegnanti è stato organizzato dal Sindacato Indipendente degli Insegnanti della Scuola e dalla Federazione Egiziana degli Insegnanti. L’Unione Indipendente dei Lavoratori delle Poste coordinò lo sciopero dei lavoratori delle poste, mentre l’iniziativa dei lavoratori degli autobus del Cairo fu coordinata dall’Unione Indipendente dei Lavoratori dei Trasporti Pubblici. I lavoratori della raffineria di zucchero non avevano, al momento, fondato un sindacato indipendente, ma il loro sciopero, che ha bloccato l’intero settore pubblico della produzione dello zucchero, è stato organizzato da un comitato di sciopero congiunto, denominato il Fronte per il Cambiamento delle Aziende dello Zucchero. Alla base del coordinamento a livello nazionale vi sono spesso dense reti locali di coordinamento. Gli insegnanti di Al-Arish, nel nord del Sinai, per esempio, organizzarono una Conferenza dei comitati di sciopero al fine di collegare i comitati di sciopero scolastici con quelli a livello regionale.


L’offensiva dei lavoratori contro il neoliberismo

Una settimana dopo la caduta di Mubarak, circa 40 attivisti operai si sono incontrati presso il Centro di studi socialisti a Giza e hanno concordato una dichiarazione congiunta che è stata poi pubblicata con il titolo “Richieste dei lavoratori nella rivoluzione”. Il programma di riforme radicali, delineate nel documento, includeva l’aumento del salario minimo e la fissazione di un salario massimo, che non può superare più di 15 volte il minimo, la libertà di organizzare i sindacati, proteste e scioperi, l’abolizione completa dei contratti occasionali; rinazionalizzazione di tutte le imprese privatizzate, la rimozione di manager corrotti, il miglioramento della sanità e lo scioglimento del sindacato dell’era di Mubarak. Questo elenco non è stato un esercizio di fantasia politica di un piccolo gruppo di attivisti di sinistra, ma piuttosto un distillato delle richieste che erano già state sollevate in centinaia di luoghi di lavoro. Nel corso dei sei mesi successivi diverse richieste contenute in questo “programma dei lavoratori” sono state adottate da centinaia di migliaia di lavoratori nel corso di altri loro scioperi e proteste. Le richieste avanzate in oltre 700 diverse azioni collettive, segnalate tra marzo e settembre, hanno una notevole somiglianza con quanto richiesto nel “programma dei lavoratori”. A dominare sono gli stessi temi: la sicurezza nel lavoro e l’abolizione di contratti a tempo determinato, la fine del management spaccone e corrotto, l’epurazione dei funzionari del vecchio regime, il ritorno delle società privatizzate allo stato, un salario di sussistenza e la redistribuzione di ricchezza, tagliando gli stipendi in alto, l’aumento degli investimenti nella sanità, nell’istruzione e nel settore pubblico di produzione.

Ancora una volta gli scioperi di settembre ci mostrano un notevole cambiamento nell’articolazione delle richieste dei lavoratori. Piuttosto che essere cresciuto in innumerevoli singoli posti di lavoro, gli scioperi più grandi, e in particolare lo sciopero degli insegnanti, ha riunito gli elementi chiave, ma questa volta fortificandoli con la forza di mezzo milione di lavoratori organizzati. Le richieste degli insegnanti in sciopero chiedevano la fine del saccheggio portato avanti dal ministro dell’istruzione di Mubarak, ma comprendevano anche richieste sugli investimenti nella pubblica istruzione, un salario minimo per gli insegnanti di 1.200 lire egiziane al mese, la costruzione di nuove scuole, e l’estensione del contratto a tempo indeterminato anche per i professori precari. I lavoratori del trasporto pubblico hanno chiesto aumenti salariali, la fine della corruzione nel settore del trasporto pubblico e ulteriori investimenti pubblici. I lavoratori del gigante stabilimento tessile di Mahalla al-Kubra hanno minacciato di entrare in sciopero all’inizio di settembre e hanno costretto il governo ad avviare negoziati, che si sono conclusi con un accordo sul miglioramento delle condizioni retributive di tutto il settore tessile nonché su maggiori investimenti diretti nel settore pubblico del tessile.

Un’altra richiesta diffusa è quella per l’introduzione di un salario massimo. Questo non è un artificio retorico, ma una domanda che ha una risonanza tra i lavoratori, come emerge infatti in molti incontri e interviste. Ecco cosa ha detto uno dei lavoratori dei trasporti pubblici del Cairo in una riunione del Sindacato nel Centro di studi socialisti in agosto: “Lei parla di fissazione di un salario minimo. Ascolta, non è possibile impostare un salario minimo senza impostare un salario massimo, per fermare queste persone che ricevono stipendi enormi e poi ridere di noi … Vogliamo un salario minimo decente e un salario massimo per coloro che vivono nei palazzi, proprio come abbiamo scritto nei nostri striscioni”.

La richiesta di tathir (pulizia) delle istituzioni statali continua ad essere una delle richieste fondamentali del movimento ad ogni livello.

Lo slogan più popolare della manifestazione degli insegnanti, del 24 settembre, è stato: “Gli insegnanti chiedono la cacciata del ministro”, seguendo l’eco del famoso slogan delle rivolte contro Ben Alì e Mubarak. La richiesta di tathir è stata una delle richieste più frequenti degli scioperi degli ultimi otto mesi e l’attenzione per le richieste sulla rimozione di vecchie figure del partito si è spostato in molti casi dai manager agli alti funzionari, fino ad arrivare ai ministri.

L’esplosiva combinazione di scioperi e proteste studentesche, nella gran parte delle università egiziane, chiedendo elezioni democratiche per i rettori e per i presidi delle facoltà nonché la rimozione dei nominati di Mubarak dalle posizioni di alta dirigenza è un esempio della vitalità continua della lotta per tathir.
Lo sviluppo delle organizzazioni indipendenti dei lavoratori

La rivoluzione ha accelerato il processo di ricostruzione delle organizzazioni indipendenti dei lavoratori in Egitto. Tale processo era diventato visibile con la fondazione del sindacato dei collettori delle tasse, RETAU, verso la fine del 2008. La creazione del RETAU ha segnato una rottura storica con la precedente esperienza di 60 anni. E’ stato il primo sindacato indipendente fin dalla creazione della Federazione dei Sindacati Egiziani da parte di Gamal Abdel Nasser nel 1957. Sotto Nasser i sindacati erano il braccio dello Stato, anche se nei gradini più bassi della burocrazia sindacale vi era rimasto spazio per gli attivisti impegnati e di principio di rappresentare gli interessi dei lavoratori sui posti di lavoro. Il nome del partito di governo, a cui i burocrati ai vertici della federazione avevano promesso fedeltà, fu cambiato da Unione Socialista Araba a Partito Nazionale Democratico, appena Nasser è stata succeduto da Sadat e Mubarak, ma la funzione fondamentale dei sindacati è rimasta identica. Essi avevano un duplice ruolo: come organi di controllo sociale essi hanno garantito benefici come l’accesso alla previdenza sociale per i lavoratori e hanno lavorato a braccetto con i funzionari di stato per far regnare la “pace sociale” sul posto di lavoro; come organi di controllo politico hanno agito come una macchina elettorale per il partito al potere, controllando le candidature per il 50% dei seggi in parlamento, che erano riservati ad “operai e contadini”. Si trattava di un organismo in grado di mobilitare un esercito di apparenti sostenitori del regime, ogniqualvolta il regime riteneva necessario organizzare uno spettacolo sulla sua “base popolare”. Coerentemente con questi due ruoli, la burocrazia sindacale ha agito senza scrupoli, di concerto con gli apparati repressivi dello Stato, per schiacciare i tentativi dei lavoratori di organizzare l’azione collettiva e creare proprie organizzazioni indipendenti. Questo non significa che lo Stato era in grado assolutamente di fermare gli scioperi e le proteste dei lavoratori. Al contrario, ci furono esplosioni periodiche di grandi ed importanti scioperi, che spesso si trasformavano, assai rapidamente, in scontri politici, come è accaduto nel 1984 e nel 1994 con le rivolte dei lavoratori tessili di Mahalla al-Kubra e Kafr al-Dawwar, con lo sciopero dei ferrovieri del 1986 e con quello dei lavoratori dell’industria siderurgica del 1989. Lo Stato è riuscito, tuttavia, nel prevenire lo sviluppo di un’organizzazione sindacale in grado di coordinare l’azione tra i diversi luoghi di lavoro e di costruire reti che fossero in grado di sostenere se stesse attraverso gli scioperi.

Lo sviluppo delle politiche neoliberiste nel 1990 ha spogliato lo stato nasseriano del suo ruolo sociale: la privatizzazione ha condotto centinaia di migliaia di lavoratori presso gli imprenditori privati, che non hanno fornito lo stesso tipo di lavoro basato su benefici e la sicurezza del lavoro come facevano le loro controparti del settore pubblico, mentre quelli che sono rimasti alle dipendenze dello Stato hanno conosciuto un arretramento inarrestabile delle loro retribuzioni e condizioni lavorative. Tutto quello che rimaneva del patto faustiano tra i lavoratori e lo Stato nasseriano era l’apparato autoritario della coercizione. L’ironia della sorte ha voluto che fosse proprio la decisione del partito al governo di stringere la sua presa sui funzionari dei sindacati allontanando alcuni funzionari dei livelli più bassi della burocrazia sindacale, i quali però godevano del rispetto dei lavoratori. Questo fatto ha giocato un ruolo chiave nell’abbattimento del monopolio della FSE nell’organizzazione del lavoro. Le elezioni sindacali del novembre 2006 hanno visto un certo numero di questi attivisti, tra cui Kamal Abu Aita, futuro presidente della RETAU e della Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti, perdere le loro cariche elettive. Liberati dalle pressioni della burocrazia della FSE, molti di questi attivisti hanno svolto un ruolo di primo piano nell’organizzazione degli scioperi e alcuni cominciarono a lavorare da subito per spezzare la morsa dei sindacati della FSE sui luoghi di lavoro.

Come Mustafa Bassiouny e Omar Said hanno scritto nel loro pamphlet del 2007, una serie di caratteristiche dell’ondata di scioperi dopo dicembre 2006 ha favorito la crescita di forme più stabili nell’organizzazione indipendente dei lavoratori, cosa che precedentemente non era possibile. Gli scioperi duravano più a lungo, a volte per una settimana o più e, quindi, richiedevano un maggiore impegno organizzativo. Il cambio della politica portata avanti dalle autorità, che hanno cercato di affrontare la maggior parte degli scioperi con la negoziazione, piuttosto che con la repressione, ha svolto un ruolo molto importante, in quanto ha consentito ai negoziatori direttamente eletti dai lavoratori di acquisire un’esperienza preziosa nel rappresentare davanti agli imprenditori e allo Stato gli interessi degli operai in sciopero. Il caso del RETAU, che riflette entrambe queste caratteristiche, è importante.

La genesi del sindacato indipendente si deve cercare nel Comitato Superiore dello Sciopero dei collettori di tasse, che era composto da delegati provenienti da una rete nazionale di comitati di sciopero eletti a livello locale e che ha negoziato un accordo vittorioso per lo sciopero del gennaio 2008.

Il processo di consolidamento del Comitato Superiore dello sciopero e la sua trasformazione in un sindacato indipendente ha impiegato quasi un anno dopo la vittoria dello sciopero del 2008. Il RETAU è stato formalmente costituito nel dicembre 2008 e alla sua assemblea generale hanno preso parte circa 4.000 delegati. L’anno prima della rivoluzione tre altri sindacati indipendenti, in rappresentanza degli insegnanti, tecnici sanitari e dei pensionati, sono stati fondati. Altrettanto importante è osservare come abbiano cominciato a consolidarsi le reti sotterranee di attivisti in altri settori. L’organizzazione degli scioperi si è diffusa anche in altri settori, quali l’Autorità del Trasporto Pubblico e del Servizio Postale. L’estate 2009 ha visto seri tentativi di coordinare azioni di sciopero in diversi governatorati. Uno sciopero da parte degli autisti del Trasporto Pubblico del Cairo nel mese di agosto 2009 è stato guidato da quegli attivisti che poi hanno fondato l’Unione Indipendente dei Lavoratori dei Trasporti Pubblici dopo la rivoluzione, tra cui Ali Fattouh, il quale è diventato presidente del sindacato.
L’organizzazione nella sollevazione

La partecipazione dei lavoratori nella rivolta è stata fondamentale per la rimozione di Mubarak. E’ importante essere chiari, però, sulla natura di tale partecipazione. I sindacati indipendenti esistenti erano troppo piccoli in rapporto al movimento e troppo piccoli anche come presenza, cioè come forza organizzata in grado di plasmare il risultato complessivo della rivolta, o addirittura di influenzare la sua direzione. L’intervento di gruppi strategici di lavoratori organizzati, che non avevano ancora formalmente costituito i sindacati indipendenti – come il gruppo dei lavoratori dei Trasporti Pubblici, quello dei lavoratori postali e dell’Azienda del canale di Suez – negli scioperi durante la settimana della caduta di Mubarak, all’inizio di febbraio 2011, è stato probabilmente più significativo in termini di riequilibrio di forze tra il movimento rivoluzionario e lo stato in un momento cruciale. Tuttavia, al di là degli sforzi di un piccolo numero di attivisti (in gran parte dalla sinistra rivoluzionaria e dei sindacati esistenti indipendenti), che hanno contattato i militanti operai e discusso con loro sulla costruzione degli scioperi in solidarietà con la rivolta, non c’era quasi nessun  coordinamento dell’azione dei lavoratori nei diversi luoghi di lavoro e ancor meno a livello nazionale. Seguendo l’analisi di Trotsky sulla rivoluzione russa del 1905, possiamo dire che gli scioperi durante la rivolta erano certamente la causa della “disorganizzazione del potere del governo”, ma che non ha dimostrato il “potere organizzato delle masse sulle parti che la compongono”.

Tuttavia, l’importanza politica e organizzativa della presenza visibile dei sindacati indipendenti nel cuore della rivolta va vista in retrospettiva. A soli pochi giorni dall’inizio della rivoluzione, rappresentanti dei quattro sindacati indipendenti esistenti si sono riuniti in Piazza Tahrir e si sono accordati per costituire la Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (EFITU). Erano solo una piccola parte della folla enorme, ma gli attivisti sindacali dei collettori delle tasse, con le loro bandiere e cappellini da baseball col marchio blu, erano visibilmente un’organizzazione in mezzo a un mare di proteste individuali. Quando i lavoratori organizzati sono giunti alla piazza, non solo come corpi in più da aggiungere alla folla, ma come un modello di organizzazione politica e sociale, altri lavoratori si sono affrettati a ripetere la stessa esperienza. Intervistato alla conferenza di fondazione del Sindacato Indipendente dei Lavoratori delle Ferrovie, a Bani Sueif, il 4 maggio, uno degli attivisti del nuovo sindacato ha spiegato come sia venuto a sapere in piazza Tahrir del sindacato indipendente dei lavoratori dei trasporti pubblici.

Il presidente del sindacato indipendente dei lavoratori della multinazionale del petrolio, Schlumberger, racconta una storia simile di incontro con Kamal Abu Aita e altri attivisti del RETAU in Tahrir e dice di essersi ispirato a quel modello di sindacalismo indipendente nel suo luogo di lavoro.
Costruire organizzazioni di massa dopo le sollevazioni

Così come prima della rivoluzione, la crescita e lo sviluppo delle organizzazioni dei lavoratori, anche a seguito della caduta di Mubarak, non possono essere misurati solo osservando la nascita dei sindacati indipendenti. Piuttosto, i sindacati indipendenti devono essere intesi come una parte di un ampio spettro di organizzazioni di lavoratori che comprendono i comitati di sciopero temporanei creati in risposta alle concrete esigenze quotidiane durante la lotta, i comitati di coordinamento degli scioperi, che stanno rapidamente diventando sindacati indipendenti e anche i  comitati sindacali affiliati alla FSE dell’era Mubarak. Alcuni dei quali hanno conservato le radici ed il rispetto nei luoghi di lavoro. Spronati dagli scioperi di massa di settembre, i nuovi organismi di coordinamento del  lavoro, a livello settoriale e regionale, hanno cominciato a mettere radici nel primo autunno, come ad esempio la federazione regionale dei sindacati a Suez e i primi passi del coordinamento tra i sindacati indipendenti negli ospedali del Cairo.

Dalla fine di ottobre, la più grande delle organizzazioni dei lavoratori indipendenti a livello nazionale è stato l’EFITU, una federazione di sindacati indipendenti i cui membri sono circa 1,4 milioni di lavoratori. Il rivale di EFITU, la vecchia federazione FSE, è stato messo in un limbo sotto un esecutivo provvisorio nominato dal ministro del lavoro nel mese di agosto. Alcuni sindacati affiliati all’ETUF hanno tentato di presentarsi ai media come rappresentanti dei lavoratori, come ad esempio l’Unione dei Trasportatori di Terra, intervenuti nello sciopero dei trasporti pubblici di Cairo a settembre, nel tentativo di minare l’indipendenza del sindacato che aveva organizzato lo sciopero.

La diffusione dello sciopero e dell’organizzazione indipendente tra vasti strati sociali che tradizionalmente non si identificano con il movimento operaio arricchisce il quadro. Medici ospedalieri, imam di moschee, pescatori, Tuk-Tuk driver, artigiani, consulenti, operai precari e operatori delle barche che portano i turisti in escursioni sul fiume Nilo, sono tra coloro che sono stati trascinati nell’orbita del movimento operaio, adottando forme di azione collettiva e di organizzazione modellate sugli scioperi dei lavoratori.

Nonostante ciò, alcuni contorni possono qui essere delineati. In primo luogo, lo sciopero rimane il motore principale alla base della crescita e del consolidamento dell’organizzazione dei lavoratori. Come sopra descritto, nuovi sindacati vengono continuamente costruiti dagli scioperi, ma i sindacati esistenti hanno utilizzato l’esperienza dello sciopero ripetuto per costruire e consolidare le proprie reti a livello settoriale e nazionale. Inoltre, la resistenza dello Stato ha spinto i lavoratori nella direzione di un maggiore coordinamento e li ha incoraggiati a dirigere le loro rivendicazioni sempre più in alto. Inoltre, l’esperienza nell’organizzazione degli scioperi costruisce anche la cultura democratica delle nuove organizzazioni dei lavoratori, imponendo così un grado di controllo più forte sui vertici dei sindacati. L’organizzazione degli scioperi contro i limiti imposti in ogni singolo posto di lavoro, spinge i lavoratori verso il coordinamento tra i vari luoghi di lavoro e, quindi, porta allo sviluppo di forme di organizzazione che esprimono l’energia e la rabbia contro i vertici. La rapida crescita dei sindacati indipendenti sta rimodellando il movimento operaio. Anche se nuovi e fragili, i sindacati indipendenti non possono crescere senza gli scioperi, sono importanti gli scioperi che sviluppano meccanismi di unione e di coordinamento in ogni luogo di lavoro. Nel caso dello sciopero di settembre, ad esempio, gli insegnanti sono stati in grado di organizzare uno sciopero a livello nazionale.

Questa, però, è solo una parte del quadro generale. Vi sono altri fattori che hanno influenzato lo sviluppo della organizzazione dei lavoratori finora. Essi comprendono le azioni di diverse sezioni dello Stato, dal Consiglio Supremo delle Forze Armate al ministro del lavoro, Ahmad al-Borai, ai governatori regionali e ai vertici della pubblica amministrazione. Le politiche di Al-Borai sono state importanti per la creazione di uno spazio giuridico in cui i sindacati indipendenti sono stati in grado di operare. Questo ha creato le condizioni per la nascita di una burocrazia nei sindacati indipendenti, che è soggetta alle stesse pressioni dall’alto e dal basso, come ovunque accade con le burocrazie sindacali.

La procedura legale per la registrazione e il riconoscimento dei sindacati indipendenti ha modificato anche il rapporto tra le ONG ed il movimento dei lavoratori. Un certo numero di ONG offrono consulenza legale e supporto alle campagne del movimento dei lavoratori, come il Centro per sindacati e servizi per lavoratori (CTUWS). Il complesso processo di registrazione presso il Ministero del Lavoro ha reso di vitale importanza per i sindacati indipendenti avere una consulenza legale. L’Egitto ha una lunga storia di avvocati di sinistra che lavorano a stretto contatto con il movimento operaio: Yusuf Darwish, uno dei principali attivisti comunisti degli anni 1940, è stato avvocato di molti dei sindacati dell’epoca, e avvocati-attivisti come Haitham Muhammadain e Khaled Ali continuano oggi questa tradizione. I tentativi di alcune ONG di svolgere un ruolo direttivo nella formazione della leadership dei sindacati indipendenti sono stati, in ogni caso, fonte di notevoli tensioni dopo la rivoluzione. Il CTUWS si è ritirato dall’EFITU nel mese di luglio 2011, dopo un aspro dibattito in cui i funzionari EFITU hanno sostenuto che ai dipendenti delle ONG non dovrebbe essere consentito di prendere decisioni politiche in nome della federazione.
LA COMPOSIZIONE DELL’EFITU

Alla fine di ottobre 2011 erano oltre 70 i sindacati che avevano completato il processo formale di iscrizione all’EFITU, anche se secondo i funzionari della stessa federazione altri 40 sindacati erano in procinto di iscriversi.

Tabella 3: I sindacati iscritti all’EFITU, divisi per settore, Ottobre 2011
Fonte: EFITU

Settore  Numero di sindacati 
Trasporto 15
Servizio civile/governi locali 10
Petrolio e gas 8
Manifattura 7
Mestieri 6
Produzione di cibo /distribuzione 8
Agricoltura/pesca 4
Turismo 4
Poste/Telecomunicazione 2
Costruzione 2
Educazione 2
Media 1
Banche 1
Salute 1
Vendita al dettaglio/commercio all’ingrosso 1
Elettricità/Acqua 1
Pensionati 1
Operai precari pagati giornalmente 1
TOTALE 72


I sindacati federati hanno dimensioni molto diverse, che vanno dai piccoli sindacati con qualche centinaio di iscritti, che rappresentano un luogo di lavoro o una sola istituzione di governo, ai sindacati nazionali ben consolidati come il RETAU (54.000 membri), il Sindacato Indipendente degli Insegnanti della Scuola (40.000 membri a maggio 2011) e L’Unione dei Tecnici della Salute. Altri sindacati affiliati alla potente EFITU sono l’Unione Indipendente dei Lavoratori dei Trasporti Pubblici, l’Unione dei lavoratori delle telecomunicazioni, l’Unione indipendente dei lavoratori postali e altri sindacati che rappresentano i lavoratori aeroportuali (tra cui l’Unione dei piloti dell’aviazione civile, l’Unione Indipendente del personale di terra dell’EgyptAir, l’Unione generale indipendente dei lavoratori degli Aeroporti, l’Unione dei lavoratori impiegati nella manutenzione dell’aeronautica egiziana e l’Unione indipendente dei Lavoratori della Sicurezza dell’EgyptAir). Molte di queste Unioni hanno giocato un ruolo centrale negli scioperi di massa dell’autunno: in particolare i lavoratori delle poste, gli insegnanti e i sindacati dei lavoratori dei trasporti pubblici sono stati la forza trainante della ripresa dell’ondata di scioperi dalla fine dell’agosto 2011.
Una delle caratteristiche più evidenti dello sviluppo dell’EFITU è la crescita dei sindacati che rappresentano gli artigiani e i lavoratori autonomi, oltre che la diffusione delle organizzazioni sindacali tra i lavoratori informali. L’Unione degli operai pagati giornalmente, che rivendica un’adesione di 1.500 lavoratori nella zona di Greater Cairo, è un esempio calzante.

I lavoratori autonomi all’interno dell’EFITU comprendono i pescatori e anche gli arredatori qualificati. Tra i sindacati degli artigiani ve ne sono diversi che rappresentano i piccoli produttori artigianali, come l’Unione Generale degli artisti indipendenti, delle manifatturiere tradizionali e dell’artigianato popolare, che contano su circa 18.000 iscritti.
Raggiungere gli strati sociali che altri movimenti non possono raggiungere…

L’emergere dell’EFITU come polo di attrazione per gli strati sociali ben oltre il movimento operaio del settore pubblico rispecchia un processo sociale più ampio che vede la classe operaia organizzata, attraverso l’ondata di scioperi  nel periodo pre e post-rivoluzione, cominciare ad esercitare un ruolo di guida sociale nelle lotte dei poveri. Il modello di sciopero assieme all’organizzazione sindacale indipendente è ora vista da milioni di egiziani come un meccanismo in grado di creare resistenza collettiva alla pressione incessante sui loro standard di vita e condizioni di lavoro, come diretta conseguenza del neoliberismo. Ci sono esempi importanti della diffusione di questo processo anche nell’ambito delle classi medie e istruite, ma piuttosto precarie, come medici e docenti universitari, così come tra i poveri urbani e rurali che, per ragioni sociologiche e politiche, non si identificano tradizionalmente con il movimento dei lavoratori, anche se le loro condizioni di vita sono paragonabili a quelli dei lavoratori urbani che costituiscono la base del movimento dei lavoratori.

Non tutti gli elementi del modello complessivo sono presenti con lo stesso peso in tutti i settori: alcuni professionisti del settore sanitario, come ad esempio i tecnici sanitari (radiologi, odontotecnici e gli altri gradi simili), hanno costruito un sindacato mentre inizialmente avevano rifiutato lo sciopero come un mezzo di lotta. Tuttavia, l’impatto che gli scioperi di altri operatori del settore sanitario hanno avuto (in particolare quello dei medici), accanto al fallimento dei negoziati e di altre forme di pressione per soddisfare le loro richieste, ha portato ad una radicalizzazione della lotta anche tra questi gruppi di lavoratori. Per alcuni gruppi di artigiani qualificati e semi-qualificati autonomi, la creazione di organizzazioni sindacali indipendenti può essere più un mezzo per costruire una voce collettiva in grado di fare pressione sulle autorità, piuttosto che un meccanismo per organizzare scioperi.

In ogni caso, l’impatto politico di questo processo può dirsi rilevante, poiché ha messo fine alla dominazione decennale dei Fratelli Musulmani nell’Unione dei Medici, quando, per esempio, la lista dei candidati guidata dai laici di sinistra ha vinto il controllo della maggior parte delle sezioni sindacali, tra cui quelle del Cairo e dell’Alessandria, e ha ottenuto un quarto dei seggi nell’esecutivo nazionale del sindacato. Questa lista è stata guidata dal leader degli attivisti che hanno organizzato gli scioperi nazionali dei medici del 10 e 17 maggio.
La ribellione dei medici

L’Unione dei Medici è un’associazione professionale che fornisce ai medici le licenze professionali e li rappresenta collettivamente nelle trattative con lo Stato. E’ stato istituito da Nasser e per decenni è stato dominato dal partito al governo. La Fratellanza Musulmana ha ottenuto il controllo del sindacato nel 1980 e da allora ha completamente dominato i livelli superiori della sua leadership, fino all’ottobre 2011, quando la Lista Indipendente, una coalizione elettorale di gruppi e attivisti di ogni grado, ha preso il 25 per cento dei seggi del Consiglio Generale.

Mohammed Shafiq, un attivista dei Medici senza diritti, una rete che ha svolto un ruolo chiave nel maggio del 2011 durante gli scioperi, sostiene che una combinazione di fattori ha spinto i medici verso l’azione collettiva:
dopo l’11 settembre 2001, le possibilità di emigrazione in Europa o in America per i medici egiziani si sono ridotte. C’era anche una maggiore concorrenza con i medici del Pakistan e dell’India nel mercato del lavoro nel Golfo. Allo stesso tempo, il deterioramento del sistema educativo in Egitto li ha colpiti duramente. Un MA egiziano era considerato l’equivalente di un master in Gran Bretagna negli anni ‘50 e ’60. Ma, dopo che la qualità dell’istruzione pubblica in Egitto è andata diminuendo, i medici si sono trovati con delle qualifiche che valevano sempre meno a livello internazionale. Anche l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait hanno iniziato a preferire i medici pakistani e indiani. Così, i medici e altri professionisti sono stati oppressi durante gli anni ‘90 fino ai primi anni del 2000. Questo li ha spinti nella direzione della lotta dei lavoratori.

Nel frattempo, la Fratellanza Musulmana aveva trasformato l’Unione dei Medici in un “servizio sindacale”, offrendo opportunità per i medici di acquistare beni a rate e partecipazioni in progetti con nuovi trattamenti, mantenendo nel contempo un buon rapporto con il partito al potere dietro le quinte: fu in questo contesto che Medici senza diritti è nato. Si tratta di un gruppo di sindacalisti che offre una diversa concezione dell’attivismo sindacale: difesa degli interessi dei membri del sindacato, compresi i loro interessi materiali e i loro diritti sociali ed economici. E’ iniziato come un piccolo gruppo di qualche decina di persone, in piedi sui gradini davanti alla sede del sindacato, al di fuori dell’edificio di questa organizzazione enorme, con tanto denaro e tanti iscritti.

Il tentativo di organizzare uno sciopero nel 2008 ha posto le basi per gli scioperi di successo del 2011. Eppure è stata la rivoluzione che ha davvero trasformato la situazione. Radicalizzatosi dopo la partecipazione alle proteste di piazza, migliaia di medici, riuniti in una assemblea generale dell’Unione dei Medici, il 25 marzo 2011, hanno presentato una lista di richieste al governo. Dopo il fallimento dei negoziati con il governo, la strada per gli attivisti di Medici senza diritti di organizzare uno sciopero si era aperta. Gli scioperi del 10 e del 17 maggio hanno coinvolto nell’organizzazione migliaia di medici che si sono mobilitati e hanno bloccato gran parte del sistema sanitario.

Nonostante alcune battute d’arresto, tra cui la perdita di un voto per proseguire con l’organizzazione del comitato di sciopero, durante l’assemblea generale del 10 giugno 2011, gli scioperi hanno ugualmente creato tumulto all’interno della Fratellanza Musulmana e maggiori opportunità per la sinistra: «la lista indipendente supportava sei giovani medici come candidati per i posti al Consiglio Generale. Io ero uno di loro. E’ noto che io sono un comunista. La lista ha ottenuto 10.000 voti. Ho avuto 12.000 voti in totale. Quei 2000 voti extra provenivano dalla Fratellanza. Portavo avanti l’idea che il sindacato deve creare una lotta sindacale, che il sindacato è uno scudo e la nostra spada è lo sciopero».
La rivoluzione di Al-Azhar

Forse ancora più sorprendente dello sciopero dei medici, è stata l’eruzione delle proteste e degli scioperi tra i lavoratori della antica università islamica Al-Azhar e tra i funzionari religiosi, impiegati del Ministero delle donazioni religiose. Tra questi bisogna includere le proteste e gli scioperi degli imam delle moschee, che sono a loro volta funzionari stipendiati dello Stato. A marzo 3600 insegnanti di Al-Azhar e delle scuole affiliate nella provincia di  Dahaqiliyya hanno scioperato e hanno organizzato sit-in per chiedere l’annullamento di una decisione del sheikh di Al-Azhar, secondo cui soltanto i titolari di un diploma in Educazione potrebbero essere assunti come docenti. A maggio il personale che lavora negli uffici dello sheikh ha organizzato una manifestazione dentro Al-Azhar per chiedere il licenziamento dei consulenti esterni pagati con stipendi gonfiati. Lo stesso mese ha visto due distinte proteste da parte di decine di imam che sono stati licenziati dopo essere segnalati come “minaccia per la sicurezza” da parte della polizia segreta, chiedendo la reintegrazione professionale degli imam licenziati e le dimissioni del ministro delle donazioni religiose. Un centinaio di laureati disoccupati di Al-Azhar ha anche organizzato un sit-in presso l’università chiedendo posti di lavoro per 22.000 laureati disoccupati.

Nel mese di giugno gli imam vittime dai servizi di sicurezza hanno organizzato un sit-in presso il Ministero delle donazioni religiose chiedendo il loro reintegro. Centinaia di imam e predicatori hanno organizzato una manifestazione davanti al ministero nel mese di agosto, presentando una lista di richieste che comprendeva le dimissioni del ministro, il licenziamento di funzionari corrotti e di consulenti con stipendi gonfiati nonché la cacciata di tutti i generali che ricoprono i ruoli più importanti all’interno del ministero.

A Settembre ha avuto luogo uno sciopero coordinato dagli imam e dai predicatori nel Governatorato di Assyut: in 500 si sono rifiutati di predicare il sermone del Venerdì in segno di protesta contro il taglio della loro paga. Ottobre ha visto le lotte all’interno di Al-Azhar raggiungere un nuovo livello. Migliaia di studenti Al-Azhar hanno occupato l’università chiedendo una leadership eletta dagli studenti, la fine della corruzione, l’indipendenza dallo stato e uno statuto nuovo.

I casi dell’Unione Medici e la radicalizzazione della lotta degli studenti e dei docenti di Al-Azhar sollevano questioni di particolare importanza in relazione agli effetti della lotta sociale sulle organizzazioni islamiste di massa, in particolare sui Fratelli Musulmani. Non c’è tempo qui per esplorare in dettaglio il modo migliore in cui la sinistra possa agire sulle opportunità generate dal tumulto continuo all’interno della Fratellanza Musulmana a seguito dell’ondata di scioperi. Eppure l’esempio delle elezioni sindacali dell’Unione dei Medici mostra chiaramente come la sinistra possa utilizzare queste opportunità per ricostruire l’organizzazione e l’egemonia. Vale la pena però riflettere su come la mancanza di comprensione della natura delle organizzazioni islamiste di massa e le contraddizioni sociali al loro interno, avrebbe potuto spedire gli attivisti dell’ala sinistra dell’Unione dei  Medici nella trappola di una astratta battaglia politica con la Fratellanza, invece di sviluppare una strategia di utilizzo della lotta sociale al fine di approfondire la crisi politica interna della Fratellanza, e quindi utilizzare il tempo rimanente per costruire e organizzare.
La questione della leadership politica

Può la classe lavoratrice organizzata in Egitto trasformare la propria leadership sociale in direzione politica del movimento rivoluzionario? Gli scioperi di massa del mese di settembre hanno posto la questione in modo molto concreto: gli scioperi quasi simultanei, a livello nazionale, dei lavoratori delle poste, degli insegnanti e dei medici, dei lavoratori degli zuccherifici e dei trasportatori pubblici, hanno causato la crisi e la paralisi al vertice dello Stato. Inoltre, la lotta sociale di un movimento in crescita che si sta rapidamente radicalizzando in piazza contro il governo militare si intreccia con la battaglia per la questione della Palestina che si sta intensificando. E’ una misura della crisi dello SCAF il fatto che, invece di essere in grado di usare le elezioni per conferire legittimità “rivoluzionaria” ad un parlamento dominato dai liberali borghesi e dai partiti islamisti (entrambi impegnati a fermare l’ondata degli scioperi)  e dai “resti” del vecchio partito al governo, i generali abbiano cominciato a dire ad alta voce di voler rallentare il calendario per la “consegna” del potere ad un governo civile, innescando così una nuova rivolta nel mese di novembre.

Il fatto che, nel contesto di una crisi di questa profondità, il movimento operaio egiziano stia costruendo, per la prima volta in 60 anni, i mezzi per esercitare l’autorità sui suoi elementi costitutivi, e articolando un suo programma di transizione sociale sulla base delle sue esigenze attraverso lo sciopero, pone concretamente la prospettiva che le sezioni più avanzate della classe operaia si pongano alla guida di una seconda rivoluzione dal basso contro i generali di Mubarak.

Ci sono molti ostacoli oggettivi che dovrebbero essere superati per far sì che questo accada, non ultimo le dimensioni estremamente ridotte della sinistra rivoluzionaria, e la nuova e fragile natura delle organizzazioni che stanno coordinando le lotte dei lavoratori. Inoltre, l’uso ripetuto e diretto da parte dei generali del settarismo, nel tentativo di indebolire e dividere il movimento rivoluzionario, più recentemente visto nel massacro di manifestanti a Maspero il 9 ottobre, non è solo un duro avvertimento della forma che la contro-rivoluzione probabilmente prenderà, ma anche un ricordo della importanza delle lotte operaie nel contesto politico.

Al momento della stesura di questo articolo alcune domande rimangono ancora non formulate, ad esempio se la leadership dei lavoratori nei luoghi di lavoro, nel contesto di uno scontro diretto con la leadership dell’esercito, riuscirà ad esercitare una attrazione sufficiente a mantenere i vasti strati di poveri (che sono impiegati nei luoghi di lavoro estremamente piccoli e in vari tipi di produzione minori, spesso sotto un capo che è anche un parente stretto) dal lato del movimento rivoluzionario.
Tuttavia, le lezioni dei primi dieci mesi dell’anno della rivoluzione egiziana sono di grande significato per la sinistra internazionale. La ricostruzione delle organizzazioni indipendenti dei lavoratori, l’ondata di scioperi nel mese di settembre, che hanno aperto la strada alla seconda rivolta popolare di novembre, confermano ancora una volta il ruolo centrale svolto dai lavoratori organizzati nel processo rivoluzionario.

La rivoluzione egiziana ha già fornito a milioni di persone in tutto il mondo una visione collettiva di auto-emancipazione, che ha dimostrato la sua potenza nelle mobilitazioni di protesta da Barcellona a Oakland a Londra.

Se riusciamo a spiegare anche ad una minuscola frazione di quei milioni in tutto il mondo che “Tahrir” non è un luogo, ma un processo di liberazione, se riusciamo a portarli verso la prospettiva che solo i lavoratori organizzati detengono la chiave per l’emancipazione dell’umanità nel suo insieme, allora avremmo iniziato a vivere le promesse della rivoluzione del 25 gennaio e a realizzare le speranze di chi l’ha fatta.

Anne Alexandre – 9 Gennaio 2012

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