Tra crisi economica e crisi democratica

La crisi della politica Italiana che si va acutizzando nelle ultime settimane non è altro che la manifestazione di una crisi economica e sociale di dimensioni straordinarie e dalle radici lontane.
Gli equilibri e le dinamiche parlamentari e governative non potevano che essere scosse e rimescolate da fenomeni che eccedevano di gran lunga il loro sguardo miope e le loro ristrette capacità di azione.

scarica il pdf


Una crisi che viene da lontano

Le radici più recenti affondano nella crisi del 2007, che ebbe il suo epicentro negli Stati Uniti. Una crisi che rischiò di far collassare la gigantesca struttura bancaria e finanziaria che aveva trainato consumi e profitti di mezzo mondo negli ultimi 30 anni a costo di ingigantirsi e complicarsi sempre più fino a diventare totalmente incontrollabile.
Questa gigantesca architettura finanziaria era infatti riuscita fino a quel momento a garantire quella profittabilità che gli investimenti nella produzione non sembravano più riuscire a sostenere nel mondo occidentale dalla fine dell’“età dell’oro” negli anni 70. Allo stesso tempo era riuscita ad alimentare la domanda di merci in un periodo di generale e marcato ristagno (quando non addirittura flessione) del potere d’acquisto dei salari, allargando l’accesso al credito (al consumo!) anche a debitori con alto rischio d’insolvenza.
Questo è stato possibile grazie ad una esponenziale complicazione e sofisticazione dei suoi strumenti ed ad una distorsione sempre più marcata di quei meccanismi di regolazione che avrebbero dovuto garantirne teoricamente uno sviluppo equilibrato (agenzie di rating, istituzioni di controllo, sistemi di incentivazione “sani”, eccetera) – oltre al particolare ruolo del dollaro, valuta nazionale di riferimento internazionale ben protetta dalla potenza militare statunitense. Ad un certo punto questo vertiginoso castello di carte doveva crollare e, poco importa quale sia stato il casus belli (in questo caso la bolla dei cosiddetti “mutui subprime”), così è stato.

Per uscire in fretta da una situazione di stallo economica e sociale senza mettere in discussione i fondamenti di questo modello di sviluppo sul procinto del collasso, il governo Americano e quello di vari paesi Europei (ad es. Inghilterra e Irlanda), attraverso immense iniezioni di liquidità ricapitalizzarono e salvarono banche ed istituti finanziari, trasformando debito privato in… debito pubblico! Questo, insieme alla perdita del mercato di sbocco per le merci di molti paesi esportatori che contavano sul consumo indebitato americano e al delinearsi quindi di una recessione globale (e quindi ad una diminuzione delle entrate fiscali), aggravava drammaticamente le finanze pubbliche, anche e soprattutto di alcuni paesi dell’Unione Europea.

La UE infatti maturava già da tempo pesanti squilibri tra i paesi membri, destinati ad emergere di fronte ad un contesto critico come questo: l’economia dei paesi esportatori più forti (Germania in primis) approfittava della relativa mancanza di apprezzamento della moneta unica per far guadagnare competitività alle proprie merci (frutto della pesante compressione salariale degli ultimi anni), mentre il livellamento dei tassi d’intere se verso il basso diminuiva il costo del debito per i paesi più periferici, che, anche perché non potevano più approfittare di svalutazioni competitive, schiacciati dall’alta competitività dei paesi del centro, smantellavano interi settori produttivi specializzandosi in servizi e alimentando bolle immobiliari (come in Spagna).

L’Italia si è trovata a fronteggiare uno scenario così instabile carica di gravi deficienze strutturali: la grande industria smantellata e
polverizzata, quella pubblica quasi del tutto trasformata in facile rendita per il monopolio privato, un alto debito pubblico costruitosi su corruzioni e favoritismi e sulla sostituzione di reti di sostegno familistico-clientelari a servizi sociali universalistici.
Quando le ingenti masse di liquidità presenti sui mercati finanziari che, in mancanza di altri assetts remunerativi, cominciavano a concentrarsi e a speculare sui titoli del debito pubblico (praticamente rivoltandosi contro i propri salvatori!) si sono rivolte a quello Italiano, facendo impennare i tassi d’interesse allargando il differenziale rispetto a quelli tedeschi ritenuti sicuri (il famoso spread), si è cominciata a profilare all’orizzonte la possibilità reale di un Default.


E ora?

Arriviamo così all’oggi.
L’esigenza di dare risposte immediate ad una situazione di emergenza che si autoalimenta catastroficamente con il passare del tempo sembra richiedere l’attuazione di misure estremamente antipopolari contro cui si sono già viste numerose manifestazioni di dissenso anche aspro. E che sono in aperto contrasto con molti dei blocchi sociali a cui le forze politiche fanno riferimento.
Un tessuto sociale già colpito pesantemente dagli effetti sull’economia reale della recessione degli ultimi anni, segnato da un altissimo indice di disoccupazione (per lo più giovanile), da carenza di servizi, da una deflazione generale dei salari, difficilmente accetterebbe di vedere ulteriormente ridimensionate le già magre aspettative di vita. Per non parlare delle varie reti di privilegi e di potere ormai incompatibili con un sistema non più disposto a concedergli affari ed ossi da spolpare.

Di fronte all’asprezza di tale situazione gli equilibri politici fin’ora esistenti non potevano che saltare. L’espressione parlamentare ed istituzionale della sovranità popolare frutto del voto di tre anni fa non è stata più in grado di gestire uno scenario così “eccezionale” e grazie ad un’oculata strategia del presidente della Repubblica, si è finalmente insediato un governo “tecnico”.
Con l’incarico di implementare quelle riforme che le lettere europee chiedevano con forza e che la confindustria e gli organi di stampa del business internazionale (Economist, Financial Times, ecc.) chiamano “modernizzazione”. E col problema non da poco che la concretizzazione di questo programma passa per drastiche riduzioni delle aspettative di vita di ampi strati di cittadini. Motivo per cui evidentemente il governo passato aveva difficoltà a portarle avanti.
Tutti sembrano confidare che la sospensione temporanea delle dinamiche immobilizzanti della competizione parlamentare ne permetta finalmente l’attuazione. Si moltiplicano comunque i richiami affinché la politica si dimostri  “responsabile” e non ripeta i suoi miopi siparietti.
Fin’ora l’elettorato sembra premiare l’arrivo del professor Monti. Da un sondaggio di Repubblica emerge come l’80% (!) degli intervistati confidi in lui e nelle sue capacità. Questa fiducia, associata ad altri dati che emergono dallo stesso sondaggio, rappresenta l’altra faccia della sfiducia verso un classe politica “corrotta ed incapace”. Ma siamo sicuri che le azioni di questa classe dirigente fossero solo legate a logiche autoreferenziali?
Le misure impopolari che dovranno essere attuate non finiranno per scontrarsi con gli interessi, le esigenze e i bisogni di milioni di italiani che bene o (perlopiù) male la politica interpretava e mediava? Non si tratta solo di privilegi e corporativismi (che comunque rimangono con tutta la loro influenza), ma di intaccare le condizioni di lavoro, i già magri stipendi e pensioni di milioni di persone. C’è il rischio quindi che qualora questo temporaneo sfogo del disagio antipolitico diffuso si rivelasse incapace di alleviare o addirittura aggravasse questo malessere generalizzato, questi stessi attriti e frizioni, ormai privi di sfogo rappresentativo, possano ripresentarsi ancor più gravi e violenti di prima.

E se poi queste riforme non sortissero l’effetto sperato? Se infatti si è in parte usciti dalla situazione particolarmente drammatica immediatamente precedente la fine del governo Berlusconi (con gli spread alla quota record di 560), comunque i mercati finanziari non sembrano aver riguadagnato fiducia (i titoli di stato italiani stanno venendo comprati per lo più dalla BCE!). E questo non solo per l’ovvia ragione che bisogna dare tempo alla nuova politica economica di prender corpo e sortire i suoi effetti. Ma forse perché gli stessi mercati sembran credere poco alla crescita che queste stesse manovre dovrebbero produrre, considerati i probabili effetti deflattivi di tagli e riduzioni di spesa (non dimentichiamo che il rating della Spagna fu declassato all’indomani dell’approvazione della finanziaria “lacrime e sangue”).
Questa ipotesi è presa pochissimo in considerazione dal dibattito politico e, con poche eccezioni, giornalistico. Piuttosto ci si concentra sugli squilibri europei ed in particolare sul ruolo della Germania, accusata di eccessivo dogmatismo e mancanza di flessibilità nel non voler ridefinire la strategia delle istituzioni comunitarie, in particolare della BCE, o più schiettamente di non voler ridimensionare i suoi privilegi (meritati o meno) anche a costo di far crollare l’Eurozona. Monti è salutato bene allora anche per la sua supposta credibilità di fronte agli altri leader europei, per aver portato l’Italia in un finalmente “omogeneo spazio politico europeo” (parole della Merkel). Ma riuscirà veramente a porre un freno allo strapotere tedesco?
Qual’ora ci riuscisse, attraverso il rafforzamento del fondo salva stati e quindi l’aquisto dei titoli dei paesi in crisi o trasformandola BCE in prestatore di ultima istanza, c’è il rischio che nuove ondate di liquidità possano avere lo stesso effetto delle precedenti manovre di “quantitative easing”: a fronte di inalterate (o quasi) difficoltà di trovare ritorni remunerativi nell’investimento produttivo, queste enormi masse monetarie potrebbero dirigersi verso nuove speculazioni finanziarie, generando un’altra bolla che per il momento nasconderebbe i problemi… salvo poi ripresentarli aggravati. Questo grazie ad un contesto ancor più favorevole, garantito da “modernizzazioni” che potrebbero avere l’effetto netto di ampliare ulteriormente le capacità di penetrazione della finanza: se è infatti tutt’altro che scontato che le privatizzazioni implicheranno efficienza, e i tagli e le ristrutturazioni competitività e ripresa, sicuramente queste misure creeranno nuovi beni su cui poter investire e speculare. Se quindi le logiche di mercato e la loro matematica capacità di responsabilizzare gli individui e di allocare efficientemente le risorse non riuscissero ad imporsi come unica razionalità, sicuramente si sarà ottenuto l’effetto di estendere i rapporti di proprietà, includendo sempre più ambiti della vita in comune nei meccanismi di produzione del profitto.

Se il neo-governo Monti si muove su un terreno estremamente complesso e accidentato, quali sono e che caratteristiche hanno le forze sociali che gli si oppongono?
Nell’intero arco parlamentare (che ha recentemente votato la fiducia con la più larga maggioranza dal dopoguerra) l‘unica forza di opposizione è rappresentata dalla Lega, che anche nella società sembra interpretare in varia misura la voce maggioritaria degli scontenti. Portavoce di disagi reali e di interessi che non accettano di essere toccati dalle pressioni internazionali, attraverso un mix di retorica populista e di accuse verso poteri occulti, rappresenta l’emblema di quelle posizioni che si fanno portavoce di ampi strati della popolazione non disposti a veder ridimensionate le proprie aspettative di vita. E che chiedono di esser difese dalle bronzee leggi dell’economia magari attraverso il peggioramento delle condizioni di qualcun altro (come i migranti). E’ forse l’indicazione di una nuova ondata populista di cui fa da maggiore interprete? Questo nuovo populismo è destinato ad allargarsi e colmare il vuoto lasciato da eventuali scontenti generati dalle azioni di governo?

La sinistra extraparlamentare con vocazioni istituzionali intanto continua le sue accuse solitarie alle perversioni della finanza e dibatte di nuovi possibili rilanci della spesa pubblica. Quasi del tutto inascoltata. Mentre fa questo ammiccando a diffuse retoriche movimentiste, la sua vocazione parlamentare la costringe ad una sorta di schizofrenia per cui da una parte denuncia problemi di dimensione che travalicano di gran lunga le capacità di intervento di una forza istituzionale, dall’altra sembra non essere in grado di fare proposte diverse da quelle che riguardano nuovi equilibrismi elettorali.

Non mancano però esperienze di autorganizzazione volte a ricomporre e unire chi lotta contro la miseria che lo circonda, senza pensare di migliorare la propria condizione attraverso il peggioramento di quella di qualcun altro a lui simile non per razza, nazione, etnia, ma perché come lui semplice ingranaggio di un meccanismo che non controlla e che lo usa. Dai luoghi del lavoro a quelli della formazione, in condizioni avverse e tra mille difficoltà, c’è ancora chi prova a ribaltare logiche paradossali che chiedono “sacrifici” perché si perpetui la macchina del godimento e del consumo. Riuscirà tutto questo a diventare una vera forza sociale che non si disperda in innocue ritualità o testimonianze esemplari? Riuscirà a dare voce al malcontento diffuso prima che questo si sfoghi in possibili riflussi autoritari?

Sapendo che le risposte a queste domande dipenderanno anche da noi, continueremo a seguire gli sviluppi ed organizzarci di conseuguenza…

Padova, Dicembre 2011

This entry was posted in Riflessioni e Approfondimenti and tagged . Bookmark the permalink.